Il tizio che vidi uscire dal palazzo dove, al momento, abitava Bernard Lebailly mi colpì per l'aspetto funereo. Facce simili le avevo viste solo dagli esattori, dalla parte sbagliata dello sportello. O a Bagneux, dietro ai carri funebri e tra i cipressi. Era un uomo nel pieno degli anni, di statura media, corporatura normale, con addosso un sobrio completo confezionato di un colore neutro, destinato, se non avesse avuto quell'aria venefiac che si sprigionava dall'insieme, a passare inosservato. E forse era quello che gli accadeva nella vita quotidiana tra i comuni mortali. Ma io possiedo un naso organizzato per fiutare "le cose che sono dietro le cose", come dice Michel Krauss, il pittore di Quai des Brumes. Innanzitutto pensai che fosse cieco. E questo per via dei suoi occhi, riparati sotto arcate prominenti, in un viso freddo, inespressivo e lontano, occhi che non vivevano, spenti, di un'indicibile e toccante malinconia. Rattristati. Di una tristezza interiore, che si sentiva senza dover ricorrere alla fascia da lutto e altre smancerie. L'aria di un vedovo. Non saprei meglio caratterizzare il personaggio. E per me questo descrive perfettamente ciò che voglio dire. Non ho mai evocato senza malessere lo stato di vedovanza di un uomo. Per le vedove non è la stessa cosa. Forse a causa di quella celebre e allegra che esercita un'influenza sulle consorelle, anche se piegate dal dolore. Ma un vedovo! È senza appello, irrimediabile, colpito da maledizione, smarrito. Per me è legato a un'atroce idea di mutilazione sessuale.
(Léo Malet, La notte di Saint-Germain-des-Prés)
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