sabato 15 settembre 2012

  Alle dieci e mezzo prendemmo la metropolitana in place d'Italie, e la terza fermata fu quella buona: quai de la Gare. Per quanto mi riguardava, presagi catastrofici affluivano nel mio cervello, e un paio di volte mi sorpresi a battere i denti, mentre Nadja sembrava perfettamente calma e rilassata, lo sguardo perso nel vuoto, un lieve sorriso che le affiorava agli angoli delle labbra.
  Scendemmo le scale del quai de la Gare, e subito di fronte si trovava il ponte di Bercy. Dall'altra parte della Senna, degli edifici con la loro ragione sociale illuminata: BERCY EXPO, BRED, e il gigantesco bunker del ministero delle Finanze, d'aspetto mussoliniano, che sembrava acquattato sulla sua immensa superficie. Attraversammo avenue du quai-de-la-Gare, e costeggiammo le sponde della Senna che erano state sistemate a terrapieno, dove le auto potevano fare manovra e parcheggiare. A una certa distanza l'una dall'altra, delle chiatte ormeggiate erano state trasformate in dancing. Ne notai una, in abbandono, tutta di legno, in stile New Orleans. Sopra di noi, dalla parte opposta del viale, i quattro casermoni della Très Grande Bibliothèque, che di notte non ricordavano altro che una squallida periferia alla Ceausescu. Un senso di desolazione e insicurezza emanava dalle quattro torri, rafforzato ancora di più dalle pattuglie di guardie notturne che camminavano svelte, come se avessero fretta di arrivare da nessuna parte. Lungo gli argini, dei tizi vestiti a festa si arrampicavano su alcune chiatte illuminate da cui saliva il rumore sordo e ossessivo di una musica techno.
  - Sylvie, non vedi che è pieno di sbirri?
  - È dall'altra parte del ponte di Tolbiac - mi rispose lei seccamente.
  Continuammo ad avanzare in riva alla Senna, ma avrei pagato caro per trovarmi altrove. Sotto il soprabito, strinsi il calcio del mio revolver. Alla fine, il ponte di Tolbiac apparve davanti ai nostri occhi. Basso, piatto, anonimo, me l'ero immaginato in stile espressionista, tutto armature e merletti di ferro arruginito. Un altro mito che cadeva. Risalimmo fino al livello del viale per poter attraversare il famigerato ponte. Mi sentivo più cagasotto che mai e strinsi i denti fino tanto da farmi saltare le mascelle.

(Bertrand Delcour, Sfida al ponte di Tolbiac)

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