Gli fornii i dati. Disse che richiamava tra un quarto d'ora.
Gironzolai per la stanza, piantandomi le unghie nelle mani, cercando di tenermi su. Avevo di nuovo la gola incordata. Mi rimisi a borbottare, masticavo e rimasticavo quello che avevo appena detto a Ike. Il telefono squillò. Risposi. Mi aveva fatto i conti, disse, e cominciò a darmeli. Con tre soluzioni diverse, perché avessi tutto il quadro. Durò venti minuti. Io prendevo nota. Mi sentivo il sudore sprizzare sulla fronte e colarmi giù dal naso. Terminò.
«Okay, Ike, è proprio quello che mi serviva di sapere. Punto per punto. Grazie infinite».
Appena riappese crollai. Mi precipitai in bagno. Vomitai, non ero mai stato così male in vita mia. Dopo mi buttai a letto. Passò molto tempo prima che potessi spegnere la luce. Rimasi lì con gli occhi fissi nel buio. A tratti mi prendeva un gelo, o cosa, e mi mettevo a tremare. Passava e restavo come intontito. Poi cominciai a pensare. Non volevo, ma i pensieri mi strisciavano addosso. Capii cosa avevo fatto. Avevo ucciso un uomo. Avevo ucciso un uomo per avere una donna. Mi ero messo nelle sue mani, e così al mondo c'era una persona che poteva puntare il dito su di me e sarei morto. Avevo fatto tutto questo per lei, e non la volevo rivedere finché vivevo.
Tanto basta, una goccia di paura, per cagliare l'amore in odio.
(James M. Cain, La morte paga doppio, 1936)
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