Fine. Per quella sera non ne avrebbe più venduta nemmeno una. Troppo freddo, troppo tardi, le strade si erano svuotate, erano quasi le undici in place Maubert. L'uomo si diresse verso destra, spingendo il suo carrello, a braccia tese. Quei maledetti carrelli da supermercato non erano strumeti di precisione. Ci voleva tutta la forza dei polsi e una bella conoscenza dell'aggeggio per mantenerlo nella giusta direzione. Era testardo come un asino, si spostava di sbieco, resisteva. Bisognava parlargli, insultarlo, maltrattarlo; ma, come l'asino, permetteva di trasportare una bella quantità di mercanzia. Testardo ma fedele. Il suo carrello l'aveva chiamato Martin, per deferenza verso tutto il lavoro che si erano sciroppati gli asini di una volta.
L'uomo parcheggiò il carrello vicino a un palo e lo legò con una catena a cui aveva attaccato un campanaccio. Guai al bastardo che avesse voluto fregargli il carico di spugne mentre dormiva, avrebbe trovato pane per i suoi denti. Di spugne, se quel giorno ne aveva vendute cinque era un miracolo. Venticinque franchi in tutto, più i sei avanzati da ieri. Prese il sacco a pelo da una borsa appesa sotto il carrello, si sdraiò su una griglia della metropolitana e si avvolse ben stretto. Impossibile andare a riscaldarsi nel metrò, avrebbe dovuto abbandonare il carrello per strada. È così: quando hai un animale, devi fare dei sacrifici. Non avrebbe mai lasciato Martin da solo lì fuori.
(Fred Vargas, Cinque franchi l'una, 2000)
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